martedì, novembre 17, 2009

Tavolo tecnico su Spazi Pubblici e Mobilità in Centro Storico


Oggi abbiamo partecipato al Tavolo tecnico su Spazi Pubblici e Mobilità in Centro Storico promosso dall’Assessorato al Centro Storico di Palermo, che ha coinvolto numerose associazioni cittadine. Al più presto vi faremo un resoconto dettagliato sugli argomenti trattati e sugli sviluppi. State quindi con noi!!!

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lunedì, novembre 16, 2009

MASTER di II livello: progettazione, gestione e valorizzazione dei Beni Culturali e ambientali


Il Master di II livello in “Progettazione, Gestione e Valorizzazione dei Beni Culturali ed Ambientali” con tre percorsi formativi:
• Architettura dei Giardini e Progettazione del Paesaggio - AGPP
• Management Beni Culturali - MBC
• Rilevamento Beni Culturali - RBC

attivato presso la Facoltà di Architettura di Palermo (proponente) congiuntamente con il Dipartimento di Storia e Progetto nell’Architettura (attuatore), ha la durata di un anno.

Possono partecipare i candidati in possesso della conoscenza della lingua inglese e della laurea di II livello:
AGPP: lauree (VO) in: Architettura, Scienze Agrarie e Scienze Forestali, Ingegneria Ambientale; lauree specialistiche (NO) in: Architettura, Scienze Agrarie e Scienze Forestali, Ingegneria Ambientale;
MCB: laurea (VO) in Architettura;
lauree specialistiche (NO) in: Pianificazione territoriale urbanistica e ambientale, Ecologia e Pianificazione del paesaggio, Economia, Lettere, Conservazione dei beni culturali, Archeologia;
RCB: lauree (VO) in: Architettura, Ingegneria edile, Ingegneria civile;
lauree specialistiche (NO) in: Architettura, Ingegneria Edile - Architettura.

Il numero dei posti disponibili è 30 in ragione di 10 allievi per ogni percorso didattico.
Il corso non sarà attivato qualora non venga raggiunto il numero minimo di 18 allievi in ragione di 6 per ogni percorso didattico.


Obiettivi
Si propone di organizzare un master che, pur individuando percorsi formativi relativamente differenziati, abbia come suo carattere precipuo quello di formare esperti capaci di costruire “sinergie” tra la “risorsa beni culturali” e le altre risorse del territorio e di comprendere i complessi meccanismi (dalla comunicazione alla gestione, dal progetto al controllo) che le governano. Nel master è prioritario l’obiettivo di far acquisire la capacità di interagire, congruentemente, alle molteplici e disparate istanze che possono provenire dal mondo dei beni culturali, a partire dalla convinzione che sia più proficua la costruzione di una “interfaccia” comune in soggetti esperti di varie discipline, piuttosto che la estensione, ad libitum, di conoscenze e informazioni nei singoli ambiti disciplinari.

Ciò premesso, si segnalano i seguenti sbocchi professionali specifici:
AGPP figura professionale in grado di espletare la sua competenza in enti pubblici che sovrintendono al controllo e alla gestione dei beni paesaggistici con particolare attenzione all’integrazione della “risorsa paesaggio” con le altre esistenti in un determinato contesto geografico; in enti privati (organizzazioni fieristiche, vivai, ecc.) che si occupano della diffusione della cultura del giardino e della progettazione dei giardini; come paesaggista, cioè progettista specializzato nel restauro dei giardini storici e la costruzione di nuovi impianti e nella progettazione del paesaggio; nel ripristino degli equilibri ambientali compromessi e la trasformazione delle aree degradate o dismesse sia urbane che extraurbane; nella valutazione del potenziale paesaggistico del territorio, attraverso una lettura approfondita del complesso intreccio tra fattori naturali e artificiali; nell'integrazione tra giardini, parchi e spazi aperti per la vita associata, quale complesso di aree - tra loro articolate e continue - entro cui possano avvenire quelle trasformazioni ecologico-ambientali ed estetiche di cui le città hanno particolare bisogno e che corrispondono ad altrettanti ambiti nei quali interagiscono ricercatori, progettisti, gestori e produttori.

MCB figura professionale del Project Manager dotato delle capacità e delle competenze gestionali e tecniche necessarie a far dialogare e mettere in contatto universi disciplinarmente separati e in particolare: fattibilità e progetto d´architettura/restauro/recupero, dimensioni economiche e gestionali (valorizzazione, marketing, gestione dei flussi di visitatori, fund-raising, valutazione di impatti economici e territoriali), esigenze culturali, scientifiche e di tutela (necessità di conservazione/riproduzione del bene fruito), gestione delle risorse disponibili e di budget in rapporto a progetti-obiettivo. Tali figure professionali risultano congruenti con funzioni dirigenziali all´interno di musei, agenzie di gestione e valorizzazione di beni culturali e ambientali, amministrazioni pubbliche, istituzioni impegnate nella tutela, conservazione e valorizzazione dei beni culturali e ambientali;

RCB figura professionale caratterizzata dal completamento e dall’arricchimento del bagaglio culturale e di competenza dell’Architetto e dell’Ingegnere con le più avanzate tecniche di rilevamento e di restituzione dei Beni Culturali, grazie all’acquisizione di sofisticate abilità e conoscenze delle più avanzate tecnologie nel settore, rendendo così possibile l’esercizio di una professionalità che risulta essere altamente spendibile sul mercato del lavoro a servizio delle Pubbliche Amministrazioni, in strutture e studi privati, come consulente esperto.

scarica il bando completo!

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domenica, novembre 15, 2009

ESPERIMENTO D’ARTE SEQUENZIALE

Riceviamo e volentieri pubblichiamo



OOO EXPERIMENT
Giusto Lo Bocchiaro, Daniele Messineo


Sabato 21 Novembre ore 20.00 nei locali di “Skip la Comune”, Via Sampolo n.135, ha inizio la seconda edizione della rassegna “Cosmo Flesh”, realizzata in collaborazione con l’Università degli Studi di Palermo.
Apre la rassegna Mediterranea di arte contemporanea, la mostra di Giusto Lo Bocchiaro e Daniele Messineo, dal titolo OOO ESPERIMENTO D’ARTE SEQUENZIALE : 4 mesi di lavoro, 160 mq di tela, costruita e dipinta a mano, per proporre una storia a fumetti che risemantizza lo spazio facendolo diventare contenitore di significati. Come affermano i due giovani : “La necessità del nostro esperimento è dettata proprio dall’incontro del fumetto come lo conosciamo oggi, e lo spazio stesso in cui la mostra avrà luogo, le cui peculiarità spaziali hanno immediatamente ispirato l’idea principale del progetto.
Le tre sale che si susseguono, infatti, suggeriscono immediatamente il fulcro di tale esperimento, richiamando nella forma l’idea di tre nastri accostati, che proprio grazie all’uso della narrazione a fumetti diventeranno un doppio “Nastro di Möebius”, all’interno del quale perdersi secondo il proprio sentire, smontando così la natura uni-sequenziale del fumetto (da sinistra a destra per gli occidentali e da destra a sinistra per gli orientali) in un’ ipersequenzialità. La sceneggiatura è stata sviluppata sulla necessità di raccontare tre brevi storie, leggibili, sia come unica che come singole, che potessero occupare tutte le superfici verticali libere delle tre stanze, in maniera da enfatizzare il viaggio all’interno dello stesso “media” sia leggendole in una direzione che nell’altra.” La mostra si concluderà il 31 Dicembre.

INFO: 3208983722 Marta Sacco
3272853337 Antonio Valguarnera


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venerdì, novembre 13, 2009

L’estetica del Cappone ripieno di consumo!

di Antonino Panzarella

L’inaugurazione delle opere d’Architettura contemporanea sembra alimentare da qualche tempo, ancor più del dibattito architettonico, quello che potremmo definire (con parole abusate al momento) un gossip modaiolo tendente alla riduzione dell’architettura ad una sfilata del “Dolce Valentino” di turno.
In questo stato di cose non si riesce proprio a produrre una riflessione “costruttiva” o quantomeno “seria” basata su una sostanza fattuale verificabile: in sostanza si parla intorno al “fumo” prodotto dai nuovi interventi perché la sostanza non c’è o si vuole mascherare qualcosa: cosa c’è dietro a tanti “figli bastardi” dei Flagship project?
L’architettura nuovissima: “cartonata”, “alluciata”, iper-esposta, “sfrontata”, e messa su la notte, troppo spesso serve a dare vita agli ormai familiari (quanto meno nell’esperienza quotidiana, ma non nel loro senso reale) “spazi del consumo”. In questi luoghi, vita e consumo si fondono e confondono abitudini e usi di spazi collettivi (non pubblici nel senso risorgimentale del termine) simili al paese dei balocchi di collodiana memoria. Il “ruolo” di chi “visita” gli spazi del consumo è sempre ben progettato con una logica ad imbuto che inevitabilmente conclude il suo percorso in un registratore di cassa. Pare comunque che ancora nessuno si sia accorto delle grandi orecchie che si trascina appresso: la luce è bella, lo scintillio ci abbaglia come le allodole, siamo prede “facili”!
Insomma pare proprio che questa architettura si sia messa al servizio, per così dire, delle lusinghe del capitale e per lo stesso capitale asservisce forme e spazi. La domenica soprattutto, questi luoghi sembrano rassicurare un enorme numero di famiglie, che sembrano cercare nel consumo una conferma ad un ruolo sociale sempre più artificiale e mediaticamente dettato; ma questa è un’altra storia! Ne ho visti parecchi di questi luoghi, non solo in Italia, riescono ad essere anche molto diversi tra loro, costruiti ex novo o radicati in operazioni di fantomatico recupero, riconversione o peggio preteso restauro “creativo”.
A grande ed a piccola scala il copione si ripete!
Ieri a Palermo è stato inaugurato l’intervento sul Supercinema nella centralissima via Cavour, “pezzo” di sicuro pregio dell’epoca Liberty siciliana. Sembra proprio il prototipo di uno di questi spazi del consumo ma a ben guardare ne sembra una stentata scopiazzatura tipologica; il progetto è talmente affrettato da sprecare persino le occasioni più elementari; il fatto più grave sarebbe però pensare (come ho sentito) che la città si è finalmente riappropriata di un pezzo architettonico ormai perduto da tempo.
Per comprendere ciò basta porsi una semplice domanda: potrebbe questo luogo essere visitato in sé al di la della sua funzione di contenitore commerciale, ovvero come un’opera architettonica liberty? A Roma il Maxxi è stato appena inaugurato senza le opere che ospiterà, perché è l’organismo architettonico, di per se stesso, un’opera che merita una visita. Cosa sarebbe dell’Excelsior supercinema store senza i suoi cromati negozi?
Il progetto attuale nega questa possibilità. La teca in cui sono racchiuse le “fastidiose” tracce originarie, sembra voler “zittire” piuttosto che proteggere, un’architettura che per sua natura tende linee forza verso lo spazio che determina. La logica economica ha bisogno di massimizzare lo spazio in cui mettere in scena il rito del consumo, il recupero ha bisogno di restituire dignità, leggibilità e riconoscibilità allo spazio filologicamente identificato: le due logiche collidono.
In questo caso non si può non rilevare la dilagante prevalenza della prima logica.
Palermo ha sicuramente “guadagnato” uno spazio del consumo (come piace a noi), d’altronde anche a Parigi esistono i magazzini Printemps.












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martedì, novembre 10, 2009

Concorso Nazionale Ecohousing Art, opere e progetti per abitare gli spazi


Riceviamo e volentieri pubblichiamo dal sito ecohousing art

1ª Edizione del Concorso Nazionale
Ecohousing Art, opere e progetti per abitare gli spazi


Riservato a Junior e Senior
Artisti, Designer, Architetti, Ingegneri
Iscrizioni dal 7/11/ 2009 al 15/02/ 2010

House Company, con la 1a Edizione di “Ecohousing Art - Premio Immobiliare 2010”,
si è prefissata l’obiettivo di far mettere in gioco il processo creativo dei partecipanti e far condividere e valutare in itinere il loro prodotto dagli utenti registrati al sito.
La finalità del concorso è promuovere l’affermazione di nuove idee e nuove eccellenze
per metterle in relazione con le realtà economiche e produttive dell’Industria dell’Abitare.
Eco-co-Housing = Ecologica - Integrazione - Abitativa intesa come reale intreccio di equilibri indissolubili che coniugano la sostenibilità ambientale, l’integrazione tra natura e ambiente costruito, il benessere umano a livello fisico - psichico, con la “socialità domestica”: l’uomo è a casa propria nel mondo e il mondo si fa casa negli uomini. È il Concorso di Ideecostruttive che richiama energie mentali, suggestioni dell’anima, competenze specifiche per la realizzazione di opere e progetti che promuovano l’Ecosistema nel suo equilibrio Uomo - Casa - Ambiente. L’obiettivo principale del Concorso è quello di coinvolgere artisti o aspiranti tali, e futuri o attuali professionisti in Architettura - Ingegneria e Design perché investano creatività e talento. Oggi questi nuovi protagonisti possono rompere un comportamento distruttivo e irrompere nella realtà per ricreare l’equilibrio naturale dell’Ecosistema.

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mercoledì, novembre 04, 2009

Let’s go bite America 8 Chicago

di Davide Leone

Per la prima volta scrivo dalla mia camera d’albergo e non dal posto dove faccio colazione e mangio, non vi preoccupate però non resterete delusi, quello che segue è il racconto della cena del giorno prima quindi in fondo si tratta sempre di prendere a morsi l’America. È mattina, la mattina del 6 luglio 2008 ed è domenica. Per intenderci, a causa del fuso orario, ero convinto che fosse lunedì. Per questo ho avuto una certa urgenza di scriverlo e non sono riuscito ad aspettare il solito appuntamento postprandiale.
Ieri sera è arrivato quello che potremmo definire il mio capo: il professore che è il mio tutor per l’assegno di ricerca. L’emozione è stata intensa non tanto perché ho rivisto una faccia amica ma perché ho potuto parlare con qualcuno di cui ho capito precisamente quello che diceva. Intendiamoci io l’inglese lo capisco e lo parlo abbastanza ma in una conversazione quello che succede veramente è che, più che altro, intuisco quello che si sta dicendo. Sentire una persona che parla la tua lingua ti dà l’occasione di cogliere le sfumature di quel che si dice ed è emozionante poterlo fare dopo un po’ che vai in giro tutto solo per un posto popolato da alieni che riesci per lo più ad intuire.
Comunque la presenza del mio “capo” ha dato una svolta al mio viaggio, nel senso che dopo aver sfoggiato un sorriso da Frank n further (confronta Tim Curry in The rocky horror picture show) mi ha mostrato la sua arma finale, una guida turistica dei luoghi! Grazie a questa nuova “arma”, che come i “migliori” metodi per chitarra ti promette di farti scoprire Chicago in 24 ore ed in 12 rapide mosse, abbiamo cercato un posto dove cenare e non lo abbiamo trovato, o meglio lo abbiamo trovato chiuso. Ma soprattutto grazie a quest’“arma” abbiamo potuto provare la temutissima specialità chicaghese, la deep dish pizza.
Adesso che gli americani siano un po’ esagerati credo che sia un fatto acclarato, ma questa deep dish pizza è una questione che supera l’esagerazione e arriva al patologico. Dunque tentadno di riordinare un po’ le idee la deep dish pizza nasce dalla vulcanica inventiva di un ristoratore chicaghese che nel 1943 “inventa” una pizza a suo dire rivoluzionaria e che in molti hanno tentato di imitare ma con scarsi risultati, almeno a dire dello stesso fondatore. Eh già perché mentre si è in fila in una situazione apocalittica, da girone dantesco, fanno capolino alla fine del cordone di persone una serie di cartelli che raccontano questa epopea molto americana di come un uomo “geniale” riesca a fare fortuna grazie ad un intruglio straordinario come la deep dish pizza. La cosa che più colpisce, comunque, di quest’uomo geniale, tale Iko Sewell, è la profonda originalità ed ironia. È già perché il suo primo locale a Chicago lo ha chiamato nientemeno che UNO mentre il secondo addirittura DUE. L’idea del buon Iko era semplice e geniale unire la tradizione italiana della pizza con un guazzabuglio ed una quantità di ingredienti assolutamente fuori dalla norma di un qualsiasi cervello sensato. Il risultato è una stranissima pizza che viene servita in un pentolino incandescente e che trabocca di una serie indescrivibile di sostanze.
Antropologicamente il piatto è interessante, quando lo mangi la capisci un po’ meglio l’America, un guazzabuglio di cose messe assieme che partono da una cultura predominante ma che si mescolano in un nuovo calderone, però in fondo il “guazzabuglio” non era poi questo granché.
Noi siamo andati alla pizzeria DUE perché la UNO era veramente troppo inavvicinabile però alla fine ci siamo divertiti ed ancora una volta l’abbiamo presa a morsi l’America ed anche se si è difesa con i suoi peperoni alla fine l’abbiamo digerita.

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lunedì, novembre 02, 2009

Architettura vista da sud (9)


di Salvatore Lo Cascio

- Ma cosa non ha funzionato? Com’è possibile? Qualcosa non torna...
Ricapitoliamo:
- Lavoriamo tutti i giorni della settimana, compreso il sabato e la domenica;
- Il nostro lavoro lo facciamo bene;
- In cantiere siamo apprezzati, forse per il fatto che non ci diamo tante arie, già, non siamo mai stati boriosi con gli operai...
- Ma...
- Com’è possibile??
- Ricordi l’anno scorso a Ferragosto? Eravamo qui in studio a lavorare, eppure...

Ci interrogavamo sempre sul perché non eravamo dei facoltosi professionisti, dato che il lavoro non mancava.
- Non so forse abbiamo sbagliato in qualcosa;
- No, no, abbiamo sbagliato tutto.

Commentavamo i nostri primi tre anni di professione.
Eravamo partiti in due, io e Giuseppe. Poi, dato che condividevamo lo studio con Gaetano, perché non condividerne anche l’attività professionale?
Ed ecco il terzo compagno di viaggio che si occupava di “strutture”, importante ambito specialistico del progetto di architettura.
Ci si era organizzati bene, in quel periodo Gaetano era diventato una sorta di agente di commercio, si proponeva a studi professionali che non si occupavano autonomamente di questa attività.
Pensavamo a tutto noi:
- ci facevamo arrivare in ufficio il progetto architettonico con lo studio preliminare delle strutture;
- noi la verificavamo con l’ausilio dei nostri mediocri software per il calcolo strutturale e facevamo il resto per “tirare fuori” dal Genio Civile l’autorizzazione, ed in seguito alla realizzazione delle opere progettate, a supporto della direzione dei lavori, la conformità strutturale.
Eravamo diventati bravi, fondamentalmente era un lavoro basato su operazioni sistematiche.



Non ci occupavamo di grandi progetti, tranne che per qualcosa che non ebbe poi esito positivo.
Era tutto perfetto, ad esclusione di tre aspetti:
1. Non facevamo gli architetti;
2. Non guadagnavamo granché;
3. La nostra era una prestazione fornita ad altri professionisti, per lo più geometri, che al loro committente chiedevano quattro volte in più rispetto a quanto fossero disposti a pagare noi.
Eventuali problemi erano comunque nostri, dato che principalmente Gaetano, assumeva la responsabilità di quello che producevamo con tanto di firma.
Poi la decisione.
Non so perché succede ma ce un “fatto” che libera una decisione che avresti voluto prendere da tempo ma con una certa perseveranza hai provato a trattenere.
Mi piace ricordare di non essere l’unico ad avere avuto questa sensazione. Mi piace ricordarlo con Alessandro Baricco che descriveva così la stessa sensazione:
“[…] A me m’ha sempre colpito questa faccenda dei quadri. Stanno su per anni, poi senza che accada nulla, ma nulla dico, fran, giù, cadono. Stanno li attaccati al chiodo, nessuno gli fa niente, ma loro a un certo punto, fran, cadono giù, come i sassi. Nel silenzio più assoluto, con tutto immobile intorno, non una mosca che vola, e loro, fran. Non c’è una ragione. Perché proprio in quell’istante? Non si sa. Fran. Cos’è che succede a un chiodo per farlo decidere che non ne può più? C’ha un anima, anche lui, poveretto? Prende delle decisioni? Ne ha discusso a lungo col quadro, erano incerti sul da farsi, ne parlavano tutte le sere, da anni, poi hanno deciso una data, un’ora, un minuto, un istante, è quello, fran. O lo sapevano già dall’inizio, i due, era già tutto combinato, guarda io mollo tutto fra sette anni, per me va bene, okay allora intesi per il 13 maggio, okay, verso le sei, facciamo sei meno un quarto, d’accordo, allora buona notte, ‘notte. Sette anni dopo, 13 maggio sei meno un quarto: fran. Non si capisce. È una di quelle cose che è meglio che non ci pensi, se no ci esci matto. Quando cade un quadro. Quando ti svegli, un mattino, e non la ami più. Quando apri il giornale e leggi è scoppiata la guerra. Quando ti guardi allo specchio e ti accorgi che sei vecchio. Quando, in mezzo all’Oceano, Novecento alzò lo sguardo dal piatto e mi disse: “A New York, fra tre giorni, io scenderò da questa nave”
Ci rimasi secco.
Fran.”

(9-continua)


Leggi le puntate precedenti:
Prima puntata
Seconda puntata
Terza puntata
Quarta puntata
Quinta puntata
Sesta puntata
Settima puntata
Ottava puntata

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Vado a vivere in centro storico I,II

di Daniele Panzarella
I
Da tempo avevo deciso di cambiare la mia dimora; avevo intenzione di passare a qualcosa di più “stabile”, per così dire (chi mi conosce sa di che parlo). Delle città mi hanno sempre attratto i centri storici. Sono quelli che andiamo a cercare, vestiti i panni del “viaggiatore”, nella speranza di “capire” il più possibile di questa o quella città. Il caso vuole che io ci lavori pure all’interno del centro storico della mia città. Io penso che i centri storici siano i luoghi in cui si concentra in definitiva l’essenza stessa di una città; non parlo soltanto dei monumenti costruiti ma soprattutto mi riferisco alle “eredità culturali intangibili” delle quali costituiscono scrigno. Spesso termini astrusi racchiudono concetti semplici. In centro storico ad esempio ci sono ancora componenti intangibili ampiamente “somministrate” a chi ci vive dentro: modi di abitare, abitudini, insieme dei rapporti di vicinato, tempi, regole di fatto più che di diritto, riti urbani, etc. Molti architetti ed urbanisti hanno cercato di prendere spunto da ciò di cui parlo per costruire le città “nuove”. Molti antropologi ed etnologi si sono persi tra i vicoli di una varietà incredibile di abitanti.
Potrei farla molto più lunga ma, ecco, questo mi affascina del centro storico, e soprattutto vorrei provare a raccontare (in pillole) la quotidianità del vivere, o meglio dell’abitare in centro storico.
Come spesso accade nella vita gli amici forniscono le occasioni migliori! Così mi viene proposto un bivani molto carino proprio sotto casa loro.
Accetto! si avvera il mio desiderio, vado a vivere in centro storico!

II
La mia casa in centro storico si trova in un vicolo che prospetta su una “piazza” che non è una “piazza”, ma si chiama Piazza degli Aragonesi.
Il primo “incontro/scontro” con la nuova realtà mi si è posto il secondo giorno dal mio arrivo; alla prima persona che dovendo venire a trovarmi ho spiegato come arrivare a casa mia ed ho dato le seguenti indicazioni: dietro il teatro Massimo (o forse un po’ a lato), alla fine della via Scarlatti c’è una piazzetta dove si trova la caserma dei Carabinieri ed un ufficio d’igiene; alle spalle ci sono delle “rovine” (della seconda guerra mondiale) recintate ed utilizzate come un parcheggio, al di la delle rovine vedi una stecca di case che è il fondo della “piazza” degli Aragonesi, per raggiungerla devi attraversare la strada che costeggia l’edificio della caserma che è delimitata da un muro, la strada non ha marciapiedi; sulla stecca si aprono 2 vicoli uno è quello del Signore; arrivata li basta “buttare una voce” che io ti sento!
In questa “mappa mentale”, per me infallibile, mi rendo conto che qui gli indirizzi non sono poi tanto utili quanto nel resto della città; per spiegare un luogo è usuale associare i punti cospiqui che gli sono vicini; questo mi richiama alla mente il fatto che nella città giapponese non ci sono i numeri civici e l’orientamento nella città si basa sulla conoscenza innanzi tutto di tali punti.
Ovviamente Costanza mi chiama e mi dice che non trova il posto, a sua volta spiegandomi dove si trova lei; la sua spiegazione mi porta a dirle che non essendo del luogo non riconosco i punti che mi sta indicando; decido di scendere in strada e le indico un quadrivio con una edicola votiva ed un cassonetto stracolmo alla fine della strada col muro. Raggiunto il quadrivio, e non vedendo nessuno mi guardo intorno con aria esplorativa; una bimba bionda, con gli occhi azzurrissimi ed una palla in mano, mi si para davanti e dice: “per caso sta cercando un Free??”. Non nascondo (con un po’ di vergogna) che ho pensato automaticamente che si riferisse ad un motorino rubato, “…ma quale Free…, alla tua età, vai a giocare!” le rispondo. La bambina si volta e va via, proprio nel momento in cui Costanza in sella al suo motorino (Free!) mi incrocia. Mi sono sentito un perfetto stupido prevenuto. Perché si è attivato in me questo automatismo mentale?? Tornando nel vicolo ho incrociato le facce dei miei nuovi vicini: Ciràs (mi pare che si chiami così…) il capofamiglia di un clan di Bengalesi nutrito ed una signora ucraina intenta a stendere i panni al primo piano, “…e su di loro quali sono i miei pregiudizi?? […] Per oggi ho già imparato abbastanza, però esperienza vivere in centro storico!”.

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