Ancora non mi sento pronto ad affrontare il lato Est di New York e quindi ridiscendo verso il lato Ovest per cercare il Dakota building ma ben presto mi rendo conto che il sapere, dalla guida turistica, che l’edificio sorge sul lato Ovest della città sulla strada che costeggia il Central Park non basta.
La prossima volta porterò la guida con me. Dopo aver amaramente constatato di non riuscire a trovare da solo il Dakota Building, l’orrendo memento della mia raccapricciante morbosità ma anche del mio amore per i Fab Four, decido di dirigermi verso Broadway. Prima di partire per il mio viaggio ero convinto che Broadway fosse un luogo piuttosto piccolo e circoscritto. Ero felice di sapere che il mio albergo era vicino alla strada dei teatri più famosa del mondo ma non avevo considerato che la strada è lunga svariati km perché attraversa, grossomodo in diagonale, l’intera isola di Manhattan. Comunque in questa strana giornata c’è una cosa che è proprio strana, è tutto pieno di americani travestiti come se fossero nell’Ottocento che suonano tamburini, mostrano vecchie doppiette e portano a spasso piccoli cannoni, in fondo è il 4. Alla fine arrivo dopo un bel po’ a Times square il centro del centro del centro. La quantità di luci è impressionante, la quantità di persone è allucinante, il puzzo è indescrivibile. Finalmente comincio a sbucciarla questa mela.
Dopo essere andato a pranzare in un posto Newyorchese per davvero, cioè non in un rassicurante catenone, ho trovato, all’albergo dovevo avevo lasciato i bagagli anche i 2 soliti poliziotti che, seduti su un sofà, disquisiscono di qualcosa di importante anche se non ho ancora capito di cosa. In realtà non sembrano neanche antipatici. Comunque il panino che ho mangiato a pranzo non era niente male, finalmente l’ho presa a morsi quest’America, era mediamente cotta e con le cipolle. Speriamo anche che si lasci digerire. I poliziotti ogni tanto sollevano lo sguardo e mi guardano, poi si ricordano che stavano dicendosi qualcosa di importante e ricominciano a parlottare. Uno è nero, parla di più e sembra più simpatico, l’altro è ispanico con i affetti. Hanno tutti e due il grosso distintivo in bella mostra. Sarebbero una coppia da film perfetta tipo: poliziotto buono e poliziotto cattivo. Nel frattempo a New York fa freschetto, il cielo è velato e ogni tanto pioviggina. Il taxi è arrivato sono pronto per Chicago.
Di Davide Leone
venerdì, luglio 03, 2009
Let’s go bite America 5 New York.
sabato, giugno 20, 2009
Let’s go bite America 4 New York.
Esco dallo Starbucks su Broadway e riprendo a salire verso Central Park. Quella che chiamo New York in realtà è Manhattan, l’isola principale di un sistema di insediamenti che stanno intorno al fiume Hudson, vicino alla foce. Al centro di questa isola c’è un grande parco che divide in due parti la città. Queste due parti, con una fantasia di cui solo gli americani sono capaci, sono state chiamate West Side ed East Side (Lato Ovest e Lato Est).
Il parco che con un’ulteriore lampo di genio è stato battezzato con il nome di Central Park (Parco Centrale) sorge, non solo al centro dell’isola ma anche in una posizione dominante rispetto ai bordi. Il Central Park quindi non è solo centrale ma è anche più alto rispetto al resto della città. La forma della città è fatta da un reticolo di strade regolari Le street percorrono la città in direzione Est-Ovest e le Avenue che trafiggono la città in direzione Nord-Sud. Tutto questo è vero fino ad arrivare alla Down Town, il nucleo primigenio di Manhattan all’estrema punta Sud-Est della città. Qui il reticolo di strade si frantuma in un groviglio molto più articolato e soprattutto, la rassicurante logica della numerazione non vale più. Ogni strada ha un nome. Questa logorroica descrizione della città non serve solo ad appagare il mio ego di urbanista ma anche a dire che non tutte le strade attraversano il Central Park ma unicamente alcune che aggiungono al loro numero la dizione Transverse. Questo vi servirà soltanto se avrete comunque l’insana idea di muovervi in auto a New York.
Io sono a piedi ed entro a Central Park dal lato Ovest e subito comincio a cercare il circuito della corsa attorno al lago, quello che si vede nei film. Cammino tra scoiattoli, persone che corricchiano e campi da tennis. Finalmente come un miraggio un grande lago che ho visto molte volte nei film ed un sacco di persone che girano in tondo come dei grandi cricetoni. Arrivo alla riva del lago e mi rendo conto di una cosa fantastica: lo stretto nastro asfaltato del lago dedicato alla corsa ha un senso di percorrenza.
In effetti tutti girano in senso antiorario. Avrei voglia di correre anche io, ma ho una macchina fotografica con me che mi cinge il collo come un neonato lamentoso e non posso, ed allora fotografo. Seduto su una panchina che è stata protagonista di più inquadrature di Robert Redford aspetto che accada qualcosa ma oggi lo sceneggiatore della mia vita è un po’ pigro e dopo un po’ mi annoio, insomma non è passato neanche Woody Allen, ne un’avvenente corritrice si è avvicinata chiedendomi se fossi interessato alla sua collezione di farfalle. È tempo di cambiare luogo ed allora decido di cercare il Dakota building dove John Lennon, il più radicale dei Beatles, fu ucciso nel 1980 dal suo fan Mark Chapman.
di Davide Leone
mercoledì, giugno 03, 2009
domenica, maggio 31, 2009
“Il bello della bicicletta”. Ovvero la rivincita dell’Ottocento sulla città disordinata e deregolata figlia del XX secolo.

La bici è oggi, sotto il paravento di tecnologie innovative, di cambi sempre più precisi e di telai sempre più leggeri, il residuo nobile di un secolo a noi distante, l’Ottocento.
Ne rappresenta i caratteri peculiari: il trionfo della tecnica e dell’impresa individuale.
La bici è nata nella prima metà dell’ottocento (anche se ancora era una draisina,o hobby horse, senza i pedali) e parallelamente alla nascita dell’urbanistica rappresenta la ricerca e la realizzazione di un’utopia. La rivoluzione del trasporto individuale da un lato e la costruzione di società più eque basate su sistemi di regole centrate sullo sviluppo razionale e ordinato delle città.
Oggi, questo frutto virtuoso dell’Ottocento (che solo dopo il 1864 divenne “velocipede” e guadagnò i pedali) secondo Augé può essere alla base della realizzazione di una nuova utopia urbana.
Un’utopia che consacrerà “il ciclimo come forma di umanesimo” e l’era della bicicletta come la (ri)nascita della società urbana, finalmente libera dal “monoteismo del petrolio” e capace di muoversi secondo itinerari e strade nuove e imprevedibili.
La bicicletta sembra essere, dalla lettura del testo di Augé “Il bello della bicicletta” (Bollati Boringhieri, 2009), l’asso nella manica, l’arma segreta, la detonazione ritardata ma deflagrante di un secolo che ha dato vita ad una disciplina nata per correggere gli errori e guidare lo sviluppo della società industrializzata.
Tra le ragioni per cui leggere il libro di Augé una tra tutte è nella struttura stessa del libro, ovvero nel percorso che l’autore costruisce muovendosi dai suoi ricordi personali, letti rispetto al mito del ciclismo del dopoguerra, fino alla descrizione utopica di una società redenta dall’uso generalizzato delle due ruote.
In particolare il capitolo “L’utopia” è capace di essere al contempo previsione cosciente (fatta da uno studioso attento delle cose della città) e volo fantasioso e divertito sui destini della società urbana.
Giuseppe
sabato, maggio 30, 2009
E' nato "Città in rete"
Riceviamo e volentieri pubblichiamo un articolo di presentazione del nuovo blog Città in rete.
Felici di questa segnalazione ci auguriamo che le strade dei nostri blog si incrocino spesso e fattivamente.
Giuseppe
Come siamo caduti nella “rete”
di Salvatore Abruscato e Marcello Blanda
Città in Rete è una associazione culturale nata dalla volontà di un gruppo di giovani studenti del Cdl in Pianificazione Territoriale Urbanistica ed Ambientale della Facoltà di Architettura di Palermo.
Perchè realizzare un altro blog che si occupi di città? Cosa spinge un gruppo di giovani neolaureati a formare un associazione che punta tutto sulle questioni relative alla polis? Perchè la città oggi è sempre più in rete?
Le risposte a queste domande hanno in comune un pensiero, ossia, coinvolgere quanto è più possibile chiunque voglia occuparsi di città, chiunque voglia partecipare alle “cose” della città, coloro che pensano che oggi, più che mai, la città è malata.
Non abbiamo la presunzione, pur essendo “dottori” di avere la cura esatta ai problemi della città, ma conosciamo le dinamiche che hanno generato certi problemi ed è possibile anche che alcuni di questi siano risolvibili.
Ci rendiamo conto che il primo passo da fare è porre l'attenzione sulle tematiche relative alla città, fare conoscere a più persone possibili che esiste un modo diverso di viverla, che esistono altre realtà in cui il binomio città-società è parte integrante della vita di ogni persona.
Crediamo anche nello stretto legame inscindibile tra la città e il territorio, città e ambiente, città e paesaggio. Territorio, ambiente, paesaggio. Sono le altre tematiche attorno le quali Città in Rete intende concentrarsi, in tutte le loro sfaccettature.
Mettere la città in rete, il territorio in rete, creare le condizioni per una pianificazione attenta a tutti i contesti, è uno dei principali obiettivi dell'associazione.
Speriamo in una rete, non solo virtuale, capace di organizzarsi e di organizzare, di comunicare e connettere le diverse realtà territoriali, aprendosi e partecipando alle varie iniziative che intendano migliorare gli spazi architettonici e urbani entro i quali ci confrontiamo quotidianamente.
Pensiamo che la pianificazione territoriale, urbanistica e ambientale non debba ridursi solo a dare un titolo ad un corso di laurea universitario che, tra tante difficoltà, tenta di dare una base formativa, pensiamo piuttosto che debba essere approfondita in tutti i suoi aspetti e a tutti i livelli, che stimoli la partecipazione e che punti allo sviluppo di una nuova generazione di professionisti capaci di gestire e monitorare i territori avvalendosi delle più alte competenze su questo campo.
La società sente l'esigenza di dotarsi di medici, avvocati, ingegneri, architetti, muratori, insegnanti, commercianti...ma gli urbanisti? Suscita interesse quest'ultimo? È necessario? Noi crediamo di si e crediamo anche che la collettività ne abbia bisogno e che da essa debba partire l'esigenza della nostra esistenza, una esigenza consapevole, sincera, matura. Bisogna far sapere che esistiamo e che non basta esistere ma anche agire e far sapere che l'urbanistica, la pianificazione, la gestione della città e del territorio non sono temi individuali, non è “affar proprio”, anzi, sono temi collettivi, pubblici e sociali.
martedì, maggio 26, 2009
Presentazione del libro "Città nell'emergenza"


Venerdì 29 maggio alle 20,00 presso Palazzo Riso si terrà la presentazione del libro "CITTA' NELL'EMERGENZA. Progettare e costruire tra Gibellina e lo Zen" a cura di Alessandra Badami, Marco Picone e Filippo Schilleci (Palumbo editore).
martedì, maggio 19, 2009
Let’s go bite America 3 (New York)

È mattina, ieri notte ho dormito a New York adesso sono in uno Starbucks come un americano vero. Oggi è il 4 di Luglio mi sembra che questo giorno sia importante per l’America. Sono da Starbucks nel catenone che segna la vera differenza tra la cultura mediterranea del caffé e quella anglosassone. Qui sto assaporando un lunghissimo caffé ed un Bagel con del burro, ottenerli non è stato facile. Però è bello scrivere qui, sono in mostra e vedo la città che mi cammina davanti, non ho capito ancora se lo spettacolo sono io o è lei che si lascia guardare da questo grande schermo che è la vetrina. Insomma non mi rendo bene conto se sono sul palco di un teatro oppure davanti ad una grande TV, ma in fondo non credo sia importante questo. Insieme a me c’è una signora che scrive sul suo computer, il computer è bianchissimo è mecchissimo insieme a lei ci sono una serie di altri avventori variamente affaccendati.
Due cose mi sono chiare durante questo pasto, innanzitutto ci sono più Starbucks che Mcdonald e poi qui mangiano una specie di ciambella salata che chiamano bagel e che condiscono nei modi più vari, in realtà io all’inizio non avevo ben inteso che andasse condita ma con il mio eloquio brillante quando la cassiera mi ha fornito il Bagel ed ha pronunciato dei fonemi inconcepibili io ho risposto con una certa sicurezza: ies, sciur! Grazie alla mia ardita risposta mi sono stati forniti, oltre alla ciabellina, anche del burro ed un coltello di plastica, fantastico sento che comincio a capirla quest’america. Stasera partirò per Chicago la sede del convegno a cui sono venuto a partecipare. Tornerò a New York dopo il convegno, prima di rientrare in Italia.
Oggi ho un programma molto intenso da seguire. Percorrerò Broadway fin verso il centro, fin dove mi portano la strada ed i miei piedi e fin dove ne avrò voglia. Andrò a Central Park, a guardare l’anello della corsa e se ci riuscirò troverò il Dakota building, l’ultimo posto dove visse John Lennon.
Il Mio Bagel è ormai finito, anche il lungo caffé volge al termine. È tempo di muoversi.
di Davide Leone
martedì, aprile 28, 2009
Recupero del centro storico di Palermo: il ruolo degli spazi aperti e la ricostruzione nell’area della Curia in via Maqueda.

Riceviamo e volentieri pubblichiamo il documento che l'INU e l'ANCSA hanno inviato al Comune di Palermo, alla Soprintendenza ai BB. CC. AA. AA., al Settore Centro Storico e al Genio Civile in relazione alle vicende dell'area cosiddetta "Quaroni" di via Maqueda.
Il Consiglio Direttivo Nazionale dell’Associazione Nazionale Centri Storici Artistici (ANCSA) e il Consiglio Direttivo della Sezione Siciliana dell’Istituto Nazionale di Urbanistica (INU) hanno affrontato recentemente il tema del ruolo degli spazi aperti nelle politiche di riqualificazione urbana con particolare riferimento al processo di recupero del centro storico di Palermo e al dibattito sollevato dall’iniziativa della Curia di Palermo riguardante la ricostruzione dell’area compresa tra via Maqueda, vicolo dei Giovenchi, discesa delle Capre e via S. Agostino. Iniziativa ampiamente riportata e documentata sulla stampa locale.
Come è noto, il recupero del centro storico è stato avviato con successo attraverso la pianificazione esecutiva approvata dalla Regione nel 1993, sintetizzata nello strumento urbanistico noto come P.P.E. Gli interventi di recupero pubblici e privati sono stati sostenuti da finanziamenti stanziati dalla Regione con la legge 25 del 1993 e gestiti dal Comune di Palermo attraverso sei bandi che hanno avuto grande successo.
Palermo è una delle poche città d’Italia che si è dotata in tempi brevi (1989-1993) di uno strumento urbanistico organico per il recupero dell’intero centro storico e questa esperienza ha avuto molto risalto nella letteratura specialistica. Si tratta di un piano culturalmente condivisibile, basato sulla conoscenza storica della città e del patrimonio edilizio, utilizzata come matrice delle scelte progettuali.
Si tratta anche di un piano facilmente consultabile e utilizzabile da parte degli operatori privati e dei tecnici comunali. Insomma un piano che ha funzionato bene e che ha consentito l’apertura di numerosissimi cantieri di recupero edilizio, che ha creato un mercato immobiliare prima inesistente, che ha indotto contemporaneamente una certa sostituzione sociale, che ha ampliato l’offerta di attività culturali pubbliche e private e che ha rivitalizzato molte aree del centro storico.
Monitorando il processo di recupero e facendo periodici bilanci sull’attività di recupero e riqualificazione della città storica, si sarebbero potuti introdurre alcuni correttivi a partire dalla precisazione del ruolo che il centro storico deve continuare a svolgere nel contesto urbano e territoriale integrando la funzione culturale, turistica, direzionale, residenziale, e apportare alcune modifiche migliorative nelle previsioni urbanistiche e nelle Norme di Attuazione.
I piani infatti non devono essere considerati immodificabili ma possono essere perfezionati in relazione ai risultati conseguiti e in relazione al mutare del contesto a cui si applicano, senza snaturarne le qualità positive e l’efficacia. Con riferimento al fatto che il piano sia scaduto dopo dieci anni (e cioè nel 2003) è bene puntualizzare che dopo 10 anni scadono solo i vincoli sulle proprietà immobiliari, ma il piano rimane efficace per tutto il resto.
In ogni caso, sarebbe assai opportuna una rivisitazione parziale dello strumento urbanistico a partire dalla consapevolezza che la riqualificazione urbana non deriva automaticamente dalla somma di tanti recuperi edilizi, ma può essere incrementata da una riflessione specifica sull’implementazione e riqualificazione degli spazi aperti da destinare a piazze, luoghi di incontro e giardini di cui la città storica è carente. Gli spazi pubblici sono infatti quelle parti delle strutture urbane in cui la società, incontrando la città,
si trasforma e si riconosce in “comunità”. Molte città europee hanno concentrato l’intervento pubblico sulla riqualificazione spaziale e funzionale degli spazi aperti, che ha fatto da volano agli interventi di recupero dei privati. A Palermo, la sistemazione a verde del grande spazio dietro le absidi della chiesa della Magione e quella del lungomare del Foro Italico, hanno fornito alcune risposte in questa direzione e sono molto utilizzati dalla popolazione.
Il centro storico di Palermo presenta inoltre massicce volumetrie e pochi spazi aperti. La densità edilizia in alcuni casi supera i 9 metri cubi per metro quadro. Questa condizione, comune ad altri grandi centri storici, ha origine dai processi di crescita della città entro le mura e dal continuo inurbamento di abitanti alla ricerca della sicurezza e delle opportunità derivanti dalla condizione urbana. Questo meccanismo ha fatto si che nei secoli si costruisse dappertutto, che il patrimonio edilizio storico crescesse e in altezza e in superficie, a volte sacrificando perfino piazze, cortili e reti viarie.
Come è noto, tra l’altro, esiste una grande quantità di patrimonio edilizio monumentale storico di proprietà della chiesa, di privati, di enti e istituzioni, sottoutilizzato e abbandonato, che per rivivere ha bisogno di ospitare nuove funzioni e nuove attività e nuove forme di gestione.
Nel progetto originario del P.P.E. si prevedeva che l’area di proprietà della Curia che si affaccia su via Maqueda fosse destinata a un giardino pubblico arricchito dalla valorizzazione delle preesistenze (Tav. 14/5 scala 1/500) Ma la Curia, dopo la demolizione nel 1981 dell’Oratorio di S. Giovanni dei Gerosolimitani e della parte basamentale del cinema Maqueda di Ernesto Basile, ottenne nel 1997 di stralciare il destino di quest’area dalle previsioni organiche contenute nel P.P.E. e di avviare un piano di recupero autonomo, coincidente con la costruzione di un edificio polifunzionale, approvato dalla Regione nel 2000.
Il progetto attuale, ormai anacronistico e di discutibile qualità architettonica, non tiene conto delle preesistenze superstiti costituite da parte della facciata della Chiesa di Santa Croce, dalla parte basamentale dell’edificio palaziale dei Duchi di Castelluzzo, e da altri elementi murari presenti nell’area, riconducibili alle due chiese. Sembra inoltre del tutto incompatibile anche con la conservazione di eventuali preesistenze ipogee (cripte degli edifici ecclesiastici), come suggerisce la Soprintendenza, che sarebbero completamente devastate dalla maglia strutturale ipotizzata, dai locali tecnici e dalla destinazione a parcheggio sotterraneo.
L’edificio progettato occupa quasi tutta l’area edificabile con un volume ingombrante e invasivo, che aggraverebbe anche le condizioni di sicurezza della zona dal punto di vista della vulnerabilità sismica e delle vie di fuga, in ragione della piccola dimensione della rete viaria e degli spazi aperti, rapportata al notevole numero di residenti che abitano negli edifici circostanti recentemente recuperati.
Pertanto, tutto ciò premesso, si chiede alle SS. LL., nelle more di una revisione organica dello strumento urbanistico per il centro storico, di procedere ad una riconsiderazione delle previsioni progettuali relative all’area in questione salvaguardando le preesistenze e tenendo conto del ruolo urbanistico che l’area, se lasciata, anche parzialmente libera e destinata ad uso pubblico, può assumere nel contesto urbano, ricorrendo, eventualmente, ad un concorso di progettazione che garantisca la più alta qualità della soluzione progettuale in termini spaziali, funzionali e microclimatici.
In questa direzione le Associazioni scriventi sono disponibili a fornire a codesta Amministrazione la più ampia e disinteressata collaborazione.
Si ringrazia dell’attenzione e si rimane in attesa di riscontro.
Il Presidente dell’INU Sicilia Prof. Ing. Giuseppe Trombino
Il Presidente dell’ANCSA Sicilia Prof. Arch. Teresa


